L’Italia e l’Europa sono più forti di chi le vuole deboli!

MANIFESTO PER LA COSTITUZIONE DI UNA LISTA UNICA DELLE FORZE POLITICHE E CIVICHE EUROPEISTE ALLE ELEZIONI EUROPEE

Siamo europei. Il destino dell’Europa è il destino dell’Italia. Il nostro è un grande paese fondatore dell’Unione Europea, protagonista dell’evoluzione di questo progetto nell’arco di più di 60 anni. E protagonisti dobbiamo rimanere fino al conseguimento degli Stati Uniti d’Europa, per quanto distante questo traguardo possa oggi apparire. Il nostro ruolo nel mondo, la nostra sicurezza – economica e politica – dipendono dall’esito di questo processo.

L’Unione Europea è il risultato della consapevolezza storica e della volontà dei popoli europei. Un continente attraversato dalle guerre è oggi uno spazio pacifico e comune di scambi culturali, politici, economici, governato da regole ispirate a valori di libertà, tolleranza e rispetto dei diritti. L’Unione Europea è la seconda economia e il secondo esportatore del mondo. Un mercato unico di cinquecento milioni di persone, regolato dai più alti standard di sicurezza e qualità, che assorbe ogni anno duecentocinquanta miliardi di esportazioni italiane. Il nostro attivo manifatturiero è oggi doppio rispetto a quello che avevamo prima dell’euro e la nostra manifattura, seconda solo a quella tedesca, è legata da una inscindibile e strategica rete di investimenti, collaborazioni industriali, tecnologiche e commerciali con le altre economie europee. In Europa si concentra la metà della spesa sociale globale a fronte del 6,5% della popolazione mondiale.

L’Unione è dunque un grande conseguimento della storia, ma come ogni costruzione umana è reversibile se non si è pronti a combattere per difenderla e farla progredire. I cittadini europei sono oggi chiamati a questo compito.

L’Europa è infatti investita in pieno da una crisi profonda dell’intero Occidente. La velocità del cambiamento innescato dalla globalizzazione e dall’innovazione tecnologica, e parallelamente gli scarsi investimenti in capitale umano e sociale – che avrebbero dovuto ricomporre le lacerazioni tra progresso e società, tra tecnica e uomo – hanno determinato l’aumento delle diseguaglianze e l’impoverimento relativo della classe media. Ciò ha scosso profondamente la fiducia dei cittadini nel futuro. L’incapacità di gestire i flussi migratori provenienti dalle aree di prossimità colpite da guerre e sottosviluppo ha messo in crisi l’idea di società aperta. La convergenza tra queste turbolente correnti della storia ha minato la fiducia di una parte dei cittadini nelle istituzioni e nei valori delle democrazie liberali.

Per la prima volta dal dopoguerra esiste il rischio concreto di un’involuzione democratica nel cuore dell’Occidente. La battaglia per la democrazia è iniziata, si giocherà in Europa, e gli esiti non sono affatto scontati.

L’obiettivo non è conservare l’Europa che c’è, ma rifondarla per riaffermare i valori dell’umanesimo democratico in un mondo profondamente diverso rispetto a quello che abbiamo vissuto negli ultimi trent’anni.

Un mondo che affronta tre sfide cruciali: il radicale cambiamento del lavoro, e dunque dei rapporti economici e sociali, a causa di un’ulteriore accelerazione dell’innovazione tecnologica; il rischio ambientale e la necessaria costruzione di un modello di sviluppo legato alla sostenibilità; uno scenario internazionale più pericoloso e conflittuale.

Le forze da mobilitare per la costruzione della nuova Europa sono quelle del progresso, delle competenze, della cultura, della scienza, del volontariato, del lavoro e della produzione.

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Per il nostro Paese la permanenza in Europa è condizione essenziale per non distruggere le conquiste di tre generazioni di italiani. Fuori dall’Europa e dall’euro ci sono la povertà e l’irrilevanza internazionale. Per rimanere in Europa non bastano tuttavia dichiarazioni di intenti, servono politiche per la crescita e lo sviluppo sociale capaci di ridurre il divario, significativamente aumentato negli ultimi trent’anni, con gli altri grandi paesi dell’Unione. Se così non sarà, la nostra permanenza nell’euro e nell’UE diverrà insostenibile. Stiamo pagando le conseguenze di un lungo periodo in cui abbiamo investito meno e speso peggio degli altri paesi europei. La responsabilità di questi errori è interamente nostra.

Negli ultimi anni, grazie a normative e fiscalità più favorevoli, le imprese italiane hanno fatto uno sforzo importante per ammodernarsi, investire e internazionalizzarsi con effetti positivi, ancorché insufficienti, su crescita e occupazione. Il rapporto deficit/PIL si era ridotto e lo spread era tornato sotto controllo.
L’azione e le dichiarazioni del nuovo Esecutivo hanno avuto immediati effetti negativi per la finanza pubblica, i risparmi e l’economia. Investimenti, industria, infrastrutture, scuola, università, ricerca e lavoro sono scomparsi dall’agenda di Governo e dalla legge di bilancio. I giovani per primi pagheranno il conto degli errori commessi. Intanto lo spettro di una nuova recessione si sta affacciando in Italia, mentre le prospettive dell’intera economia mondiale sono più incerte. Il nostro Paese non è più in sicurezza.

I due partiti che formano il Governo hanno sganciato l’Italia dal gruppo dei grandi paesi fondatori dell’UE. L’Italia è il primo grande Stato occidentale a essere guidato da forze che dichiarano apertamente di considerare il ruolo del Parlamento, l’indipendenza e l’autorevolezza delle istituzioni dello Stato, il valore dei trattati internazionali e il rispetto dei diritti civili come intralcio per l’azione del Governo. L’involuzione non è solo politica, ma anche culturale: basti pensare alla scarsa considerazione per il ruolo delle donne nella società – che rimane uno dei grandi mali dell’Italia -, all’avversione per la scienza e per la competenza– dall’ambiguità sui vaccini alla schedatura politica degli scienziati – e all’ostilità verso le minoranze e gli immigrati.

In queste condizioni la permanenza dell’Italia nell’UE e nell’euro è a rischio. Le rassicurazioni di chi fino a ieri predicava l’uscita dalla moneta unica e ancora oggi si ispira apertamente a leadership non democratiche straniere, non hanno alcuna credibilità.

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Le prossime elezioni europee saranno il momento decisivo per dimostrare che vogliamo rimanere saldamente in Europa e in Occidente.
L’importanza della sfida elettorale europea e la difficile situazione dei partiti di opposizione, impongono una risposta straordinaria, unitaria – ma coerentemente limitata a chi non cerca alleanze nazionali con i partiti di governo– che vada oltre le forze oggi in campo.

Per questo è necessario costruire alle prossime elezioni europee una lista unitaria delle forze civiche e politiche europeiste. La sfida sarà vinta solo se riusciremo a coinvolgere i cittadini, le associazioni, le liste civiche, il mondo del lavoro, della produzione, delle professioni, del volontariato, della cultura e della scienza, aprendo le liste elettorali a loro qualificati rappresentanti.
Non si chiede ai movimenti che vorranno partecipare di scomparire, ma di partecipare a uno sforzo più ampio. Non si chiede di nascondere identità o simboli che sono stati costruiti con fatica e impegno, ma di schierarli dietro una bandiera che possa rappresentare chi ha perso fiducia nei confronti delle singole sigle politiche ma non nel progetto europeo.
All’indomani delle elezioni, la scelta degli eletti di aderire, a seconda della provenienza politica e culturale, a gruppi parlamentari europei diversi, lungi dal costituire un problema, rappresenterà l’anticipazione di una rifondazione delle grandi famiglie politiche europee che dovrà necessariamente avvenire lungo una nuova linea di frattura: quella che separa i sovranisti illiberali dagli europeisti democratici.

Ma nessuna sfida si vince giocando solo in difesa. Per questo la convergenza tra le forze europeiste si deve fondare su priorità forti e condivise.

Le nostre priorità per una Europa nuova, che offriamo alla discussione e al dibattito, sono:

  1. Gestire le trasformazioni: investire e proteggere. Al centro dei piani per una nuova Europa va messo un “New Deal” per l’uomo nell’era digitale. Non esiste un’equa distribuzione della ricchezza senza un’equa distribuzione della conoscenza. Va quindi combattuto senza quartiere l’analfabetismo funzionale, che sta minando le democrazie persino più delle diseguaglianze economiche, destinando una quota più rilevante dei fondi strutturali all’istruzione, alla formazione e alla cultura. La gestione delle conseguenze dalla globalizzazione e dall’innovazione non può essere più lasciata interamente al mercato. Dovranno essere finanziati a livello europeo strumenti per la formazione permanente dei lavoratori. E’ urgente e indispensabile la fondazione di un nuovo sistema di welfare 4.0 che comprenda il sussidio di disoccupazione europeo proposto dall’Italia. Laddove esistono alti tassi di conoscenza diffusa e un welfare efficace il populismo non attecchisce. Andranno eliminate inoltre le distorsioni provocate dal dumping fiscale, sociale e ambientale interno ed esterno all’Unione, attraverso accordi commerciali più stringenti e una “corporate tax” armonizzata per i paesi dell’Unione. Deve essere finalmente varata una incisiva politica industriale comune che supporti gli investimenti produttivi tecnologici e scientifici.
  2. Insieme più forti nel mondo. Difesa, sicurezza, controllo delle frontiere e immigrazione devono diventare politiche comuni. Dobbiamo iniziare il percorso per costruire un esercito europeo e unificare i bilanci della difesa degli stati membri. Prioritario è implementare per intero il “Migration Compact”: il piano presentato dall’Italia per aiutare i paesi di origine e transito dei migranti nella gestione dei flussi, nell’assistenza umanitaria e nei rimpatri. Il controllo dei confini comuni, marittimi e terrestri, deve diventare un compito delle agenzie comunitarie. La gestione ordinata e condivisa dei flussi migratori è la premessa per superare il Trattato di Dublino e organizzare un sistema di accoglienza e integrazione comune.
  3. Meno deficit più bilancio europeo. La capacità di indebitamento non dipende dai limiti europei ma all’entità del debito dei singoli Stati membri. Possiamo ignorare le regole ma non per questo troveremo chi ci presta soldi per finanziare deficit insostenibili. Tuttavia nei prossimi anni il livello degli investimenti dovrà aumentare in modo significativo e lo strumento fondamentale non potrà che essere il bilancio europeo. Oggi quasi l’80% del budget UE proviene da contributi degli Stati membri. Deve invece essere costituito da risorse proprie per finanziare welfare, investimenti, ricerca e formazione.
  4. Dal capitale economico al capitale sociale. Una dura lezione che molti governi occidentali hanno imparato negli ultimi anni è che una robusta crescita economica non si accompagna necessariamente a un’equa distribuzione della ricchezza, delle opportunità e del progresso complessivo della società. Gli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’agenda 2030 delle Nazioni Unite devono essere inclusi, al pari di quelli relativi alla stabilità finanziaria, nella governance dell’Unione.
  5. Conseguire una leadership scientifica europea. La rivoluzione digitale, i cambiamenti climatici, la necessità di energia sostenibile, gli straordinari progressi della medicina, a costi però sempre più alti, rappresentano sfide che non possiamo perdere. Stati Uniti, Cina e Giappone stanno investendo in questa direzione importanti risorse economiche. Se l’Europa non si adegua in fretta perderà opportunità di sviluppo e occasioni di crescita per i suoi giovani talenti. Molto è stato fatto negli ultimi anni per incrementare la ricerca scientifica europea ma il divario con gli altri grandi paesi si va comunque allargando. Il rafforzamento della collaborazione tra università e centri di ricerca degli Stati membri e l’aumento del bilancio europeo destinato a progetti comuni è un obiettivo fondamentale per affrontare il XXI secolo.
  6. Un “gruppo di Roma” per rifondare l’Europa. Alcuni Governi del cosiddetto “gruppo di Visegrad” sfruttano ogni possibile beneficio economico derivante dalla partecipazione all’Unione e al mercato unico – dai fondi strutturali alle delocalizzazioni – rifiutando tuttavia di assumersi responsabilità comuni – ad esempio sui migranti – mentre si allontanano sempre più dai valori europei. A queste condizioni la loro presenza all’interno dell’Unione è una minaccia per l’Europa e per l’Italia. A questi Governi va contrapposto un “gruppo di Roma” composto dal nucleo dei paesi fondatori “allargato”, che definisca un’agenda precisa per l’avanzamento del progetto europeo. Si dovrà rapidamente decidere se andare avanti tutti insieme o se optare per un’Europa a differenti gradi di integrazione.

Nella consapevolezza dell’importanza del momento storico, i firmatari di questo appello sono pronti a mobilitarsi per sostenere uno schieramento unitario delle forze europeiste, ognuno secondo le proprie competenze e le proprie possibilità.

La Storia è tornata in Europa. Siamo chiamati a difendere diritti e conquiste che abbiamo ereditato, costruendo un’Europa nuova capace di vincere le sfide dei prossimi decenni.

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