Minniti: “Mai chiuso i porti. Da Salvini un azzardo politico a urne aperte”

Conciliare sicurezza e umanità è possibile. E non si può fare politica sulla pelle dei disperati.

Colloquio con Marco Minniti di Fabio Tonacci – La Repubblica, 11 giugno 2018

Un azzardo politico a urne aperte. Sulla pelle di 629 disperati recuperati in mare. Un azzardo che il ministro dell’Interno Matteo Salvini lancia a metà pomeriggio della domenica elettorale e che, fin da subito, assume i contorni del pretesto. Perché l’Italia non è nel pieno di un’emergenza sbarchi. Perché gli arrivi via mare dei migranti sono calati del 78 per cento rispetto all’anno scorso. Perché gli approdi italiani non sono sotto stress. E perché in mezzo al Mediterraneo c’è una nave sola, la Aquarius della ong franco-tedesca Sos Mediterranée, con a bordo i suoi 629 passeggeri.

Una sola nave. Eppure, su di essa, Salvini ha deciso di appoggiare tutto il peso del Viminale per un braccio di ferro con Malta. Chiudere i porti d’Italia, ha detto. Quella nave non deve attraccare. «Chiudere i porti… per una nave sola, per giunta…», ripete al telefono Marco Minniti, l’ex ministro dell’Interno.

È in Calabria con la famiglia, ma non riesce a non seguire ciò che sta accadendo nel Mediterraneo. «Io i porti non li ho chiusi neanche quando in 36 ore arrivarono in Italia 26 navi. Non barconi, navi. Ventisei. Sbarcarono 13.500 migranti. Anche in quel caso, dimostrammo che umanità e sicurezza si possono conciliare».

Era il giugno 2017, un anno fa esatto. Minniti era atteso a Washington per una visita istituzionale. Durante lo scalo tecnico in Islanda, annullò gli incontri e fece tornare l’aereo a Roma per gestire la situazione. Quella sì, di reale emergenza. I porti non li chiuse, è vero. Però da quel momento l’idea cominciò a filtrare sui giornali, a prendere forza, a rimbalzare negli uffici politici di Bruxelles.

Nel novero delle possibilità a disposizione dell’Italia, chiudere i porti alle ong era l’extrema ratio, quella che il governo Gentiloni si riservava di valutare, ma che mai è stata formalizzata con una dichiarazione di Minniti. Era la carta del bluff, a ben vedere. Con la quale l’Italia andava a giocare una delicata partita a poker durata mesi e mesi al tavolo di Bruxelles, dove tutti avevano carte migliori delle nostre.

C’erano trattati, missioni e accordi con in calce la firma dei governi italiani precedenti e che, in un verso o nell’altro, fissavano in Italia il porto di sbarco dei migranti. Alla fine, dopo diverse “mani” giocate anche sul tavolo di Frontex, i porti sono rimasti aperti, l’Europa si è convinta a impegnarsi economicamente in Africa, il Codice delle ong assai criticato a sinistra ha ottenuto l’approvazione degli altri Stati membri.

E la missione Triton è stata modificata inserendo Malta tra gli scali sicuri in un nuovo operation plan che, guarda caso, Malta non ha ratificato. «Quello di Salvini è un azzardo politico, concordo. E aggiungo: è un azzardo politico e umanitario, fatto sulla pelle di 629 migranti», continua Minniti.

«Il ministro dell’Interno dichiara di voler chiudere i porti italiani, Malta risponde che la competenza non è sua. Dunque, dove andrà la nave? Che faremo? A bordo hanno persone che necessitano di cure e di ristoro, non possono rimanere a galleggiare nel Mar Mediterraneo in attesa che i due governi si decidano.

Oltretutto non posso non notare che l’annuncio di Salvini è stato diffuso mentre era in corso il voto delle elezioni amministrative. Mi auguro che questa mossa non sia stata studiata a tavolino per scopi elettorali».

Di sicuro, è una prova di forza. Che ha dei rischi, diplomatici e istituzionali. Continua Minniti: «Non fai un braccio di ferro con un altro stato dell’Unione per una nave sola, in un momento in cui non c’è emergenza. Si perde di credibilità. Così l’Italia, per l’eterogenesi dei fini, rischia di rimanere isolata in Europa».

Si è detto tante volte, in passato, che tutti gli Stati membri devono fare la loro parte ed è giusto chiedere un maggiore impegno a Malta, altrimenti all’Italia rimarrà sempre il cerino in mano. «Farlo in modo pretestuoso, però, è sbagliato – dice ancora Minniti – Rimarremo isolati, ecco cosa temo. Se qualcuno pensa di cancellare tutto il castello fin qui costruito con una scorciatoia, qual è l’annuncio della chiusura dei porti, si sbaglia. È una risposta pigra, che ci metterà solo in difficoltà».

I 629 dell’Aquarius, intanto, aspettano. Sono partiti con i gommoni dalla Libia, in un momento in cui la guardia costiera libica appare assai più distratta rispetto al passato.

«Durante il nostro governo le partenze da quel Paese sono calate dell’85 per cento», si limita a osservare Minniti. Cosa sta succedendo, quindi? Il ritorno dei barconi è un avvertimento al governo in carica, perché rispetti i patti presi coi predecessori, o è pura casualità?

Di certo la scivolata di Salvini sulla Tunisia esportatrice «di galeotti» ha agitato, e non poco, i governi del Nord Africa. Ed è un fatto che la Francia abbia sfruttato gli ultimi tre mesi di incertezza politica per strappare all’Italia l’iniziativa sulla Libia. Hanno organizzato un vertice internazionale a Parigi per risolvere la crisi libica. Si stanno prendendo il ruolo di referente unico e affidabile, per i paesi del Nord Africa. Mentre il ministro Salvini vuole chiudere i porti.

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