Fassino: Servono investimenti in Africa. Se non vogliamo che vengano tutti qui, bisogna farli vivere meglio lì

L’intervento di Piero Fassino dopo le comunicazioni del Presidente Conte in vista del Consiglio europeo del 28 e 29 giugno a Bruxelles

Signor Presidente del Consiglio, la gestione dei flussi migratori sarà uno dei temi centrali del Consiglio Europeo.
Prima di ogni altra considerazione vorrei ricordare a tutti noi che stiamo parlando di uomini e donne che fuggono dalla guerra, dalla povertà, dalla miseria, dalla fame. Si stipano su scafi insicuri in condizioni disumane, mettendo a rischio la propria vita nella speranza di ritrovare altrove quella dignità non hanno nel proprio paese.

Per questo rivolgo al suo governo, in particolare al ministro Salvini un appello: parliamo di quella povera gente con rispetto, non usiamola come un ostaggio per inutili esibizioni di muscoli.

Ricordiamo quale carico di sofferenza ognuna di quelle persone porta con sè. Ricordiamo che la storia dell’umanità è storia di migrazioni. E che oggi vivono nel mondo 60 milioni di discendenti di nostri emigranti. E quanto dura fu la vita dei loro padri. Dico tutto questo non per un istinto “buonista” o compassionevole, ma per essere tutti noi sempre consapevoli della necessità di trattare questo tema con rispetto, serietà e umanità.

Detto questo, non vi è dubbio che i flussi migratori che negli ultimi anni hanno investito l’Europa richiedono una strategia adeguata che muova da un presupposto ineludibile: chi sbarca in Italia in realtà vuole entrare in Europa e dunque questi flussi non possono essere scaricati solo sui paesi di primo approdo. In linea di principio l’Unione Europea lo riconosce, prevedendo la redistribuzione dei richiedenti asilo, che tuttavia molti paesi rifiutano. Dunque è del tutto giusto che l’Italia rivendichi un cambio di passo: lo chiede il suo governo, come peraltro lo hanno chiesto prima di lei i governi Renzi e Gentiloni.

Una gestione comune delle frontiere esterne, il superamento del Regolamento di Dublino, accordi bilaterali tra l’Unione Europea e i paesi di origine e di transito per un comune impegno contro i trafficanti e per concordare l’apertura di centri di raccolta in loco, l’attivazione di corridoi umanitari per quanti fuggono dalla guerra, un unico diritto di asilo europeo, il sostegno a programmi nazionali di affidi familiari per i minori non accompagnati, regole comuni per il soccorso in mare e la destinazione dei migranti: sono gli obiettivi rivendicati dai governi italiani in questi anni e sostenuti dagli europarlamentari italiani a Strasburgo.

Il punto è come ottenere quegli obiettivi.
Lei crede davvero che la strada giusta sia prendere in ostaggio 500 migranti, usandoli come una sorta di scudi umani? Lei crede davvero che sia giusto rappresentare le Ong come complici degli scafisti, quando invece sottraggono i migranti al rischio della morte in mare ? Lei crede davvero che il modo per far valere le nostre ragioni sia un continuo litigio con ogni interlocutore ?
E Lei crede davvero che i nostri alleati debbano essere – come va dicendo il suo ministro degli interni – la Baviera, l’Austria, i paesi di Visegrad, i cui governi non solo rifiutano ogni redistribuzione, ma vogliono un’applicazione ancora più dura di quel Regolamento di Dublino che noi chiediamo di cambiare radicalmente ?

Non basta dire “prendetevi un po’ di migranti perché noi ne abbiamo troppi”. Bisogna essere assertori di una vera strategia europea.

Se si vuole ottenere un cambio di passo di Bruxelles, serve anche un nostro cambio di passo, liberandosi della mitologia sovranista che ogni giorno demonizza l’Europa salvo poi pretendere che l’Europa faccia quello che noi non vogliamo o non siamo capaci di fare.

Nessuno ignora le ansie e le paure che sempre i fenomeni migratori suscitano. Non c’è da stupirsene perché quando vedi arrivare nella tua comunità persone che parlano un’altra lingua, pregano un altro dio, mangiano altri cibi, hanno consuetudini e modi di vivere diversi, il primo istinto non è l’accoglienza, ma la diffidenza e il timore. Sono cresciuto a Torino e le potrei raccontare quali pregiudizi, quali diffidenze, quali conflitti accompagnarono l’immigrazione al nord di tanti nostri connazionali del sud. Ma proprio per questo non serve alimentare paure, soffiare sul fuoco dei pregiudizi, proporre discriminazioni. Serve operare per l’inclusione, per il reciproco riconoscimento, per la convivenza.

Questo non significa che l’accoglienza possa essere illimitata.

È evidente che i flussi debbano essere contenuti. E il ministro Minniti lo ha fatto come le cifre dimostrano. Ma per ridurre i flussi, non basta contenerli.

Le dinamiche demografiche parlano chiaro: il miliardo di persone che oggi vive in Africa diventerà 2.5 nel 2050 e 4 miliardi a fine secolo, quando la Nigeria con 600 milioni di abitanti diventerà la terza nazione più popolosa del mondo. Nessuno può pensare che il destino di quella immensa moltitudine di persone possa essere affidata alle migrazioni.

Anche qui serve un cambio di passo: se non vogliamo che vengano tutti qui, bisogna farli vivere meglio lì. Ma questo non si risolve con qualche atto simbolico di solidarietà, ma richiede uno sforzo straordinario per investimenti, infrastrutture, servizi sociali.

Una sfida a cui l’Europa per prima è chiamata.
E verificheremo se nella legge di bilancio si ritroverà un adeguato impegno dell’Italia.

Ecco, signor Presidente, da Lei vorremmo sentire queste parole, mettendo fine alla caricatura che ogni giorno dipinge l’Europa come un peso, un ostacolo, un nemico.

È una pericolosa illusione credere che ci si difende meglio se ci si chiude, si erigono muri, si chiudono porti, si alzano barriere, si impongono dazi. Se ti ti fai più piccolo in un mondo grande, sarai solo più piccolo, più debole e vulnerabile.
E noi vogliamo invece un’Italia più forte che solo potrà esserlo in un’Europa più forte e più unita.

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